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Please use this identifier to cite or link to this item: http://hdl.handle.net/10761/167

Issue Date: 3-May-2011
Authors: Antona, Rosaria
Title: La cena in Caudiano Nervae di Giovanni Pascoli
Abstract: Dopo un accurato esame autoptico e una trascrizione diplomatica dei manoscritti pascoliani, relativi al carmen "Cena in Caudiano Nervae" (composto da Pascoli nel 1895), individuate le varianti di autore e le annotazioni (specie in lingua italiana), utilissime a stabilire la genesi del poemetto e a proporne una traduzione consona alle intenzioni del poeta, e' stata ulteriormente approfondita l'analisi filologica, linguistica e stilistico-formale contenuta nel commento, cercando di cogliere compiutamente il messaggio poetico dell' autore. Il motto che accompagna il carmen e' tratto da Virgilio, Aeneis VIII, 568: "Non ego nunc dulci amplexu divellerer usquam". Il dolce abbraccio da cui non ci si vorrebbe mai staccare, probabilmente, si riferisce al forte legame affettivo che unisce il poeta ai suoi familiari e ai suoi amici. Nell'ideale pascoliano, la famiglia unita, solidale e laboriosa, trova compiuta realizzazione e protezione entro i confini di un piccolo terreno, che possa offrire una dimora piena di armonia e un lavoro sano e onesto. La campagna e' senz'altro un luogo ameno e riposante, che ben concilia la riflessione poetica. E proprio nella villa di campagna di Nerva, presso Caudio, si intrattengono, discutendo di politica e di poesia, gli amici protagonisti del viaggio diplomatico verso Brindisi (Orazio, Satira I. 5): Mecenate, C. Fonteio Capitone, Cocceio Nerva, Eliodoro, Orazio, Virgilio, Plozio Tucca e Vario. Nella Cena, Pascoli ipotizza e ricostruisce quella conversazione, che invece Orazio lascia solo intendere: "Prorsus iucunde cenam producimus illam" (Orazio, Satira I. 5. 50). Il poemetto presenta una cornice comica e vivace: conclusosi il canto roco del buffone Cicirro, un animato e polifonico dibattito tra i convitati introduce le meditate riflessioni di Orazio sulla fatale irruenza della poesia giambica. Orazio "pudicus", vuole mantenersi al suo posto e rispettare i limiti consentiti dal buon senso. Attraverso, dunque, una dichiarazione di recusatio, Orazio tenta di sottrarsi alle richieste di Mecenate, e, pertanto, alla poesia giambica predilige la satira, genere che puo' risultare piu' incline al dialogo e alla moderazione. Orazio, preoccupato per le sorti politiche di Roma, non riconosce alcuna utilita' e alcun beneficio ad una poesia che sia sferzante e offensiva. La predilizione accordata alla satira da Orazio rappresenta una scelta poetica congeniale alla mitezza della sua natura, ben ponderata e consequenziale ai controversi rapporti fra Antonio e Ottaviano. Ma si tratta anche di una precisa dichiarazione di poetica: Orazio difende l'identita' romana e italica della satira, e desidera che le sacre fonti della poesia greca ispirino ai poeti romani l'imitazione soltanto della natura e del vero. Attraverso una ampia similitudine che spiega come l'imitazione poetica equivalga a bere da una brocca l'acqua di un fiume, Orazio sostiene che Calvo e Cinna, poeti del circolo catulliano, non sono altro che imitatori di imitatori. Orazio, invece, rivendica la propria originalita' e desidera bere l'acqua che sgorga direttamente dalla fonte, per questo <<lascia le orme degli Alessandrini imitatori, e ricorre al modello e alla fonte>> [Lyra p. LVIII]. Segue la profezia virgiliana: Virgilio, dopo aver annunciato la stesura delle Georgiche, profetizza l'avvento di una nuova era, in cui rifiorira' l'agricoltura e trionferanno la pace e la giustizia. Il sogno di un bambino che verra' a salvare il mondo infonde fiducia e ottimismo nell'animo di Virgilio, che e' come tactus da un dio. Solo un'ombra di malinconia aleggia tra le parole del poeta, poiche' egli sospetta per se' una morte non lontana ("nisi eo possum producere vitam..." v. 139), per cui affida ad Orazio il compito di scrivere il "Carmen Saeculare". Il carmen si chiude con una nota buffa, che smorza la gravezza dei toni e chiude circolarmente la cornice comica di apertura: mentre i poeti, assorti nei propri pensieri, contemplano in religioso silenzio il sorgere di un astro, Sarmento e Cicirro russano sdraiati a terra.
After a thorough examination and a diplomatic transcription of the manuscripts of Pascoli, related to carmen "Cena in Caudiano Nervae" (composed by Pascoli in 1895), I identified variants of author and the notes (especially in Italian), very useful to establish the genesis of the poem and to propose a translation in keeping with the intentions of the poet; the philological analysis, linguistic and stylistic-formal were developed in the commentary, trying to capture fully the poetic message of author. The motto of the carmen is taken from Virgil, Aeneis VIII, 568: "Non ego nunc dulci amplexu divellerer usquamà à à à ¢ . The sweet embrace that nobody wants to let, probably refers to the strong emotional bond which unites the poet with his family and his friends. In the ideal of Pascoli, an united, supportive and hardworking family finds full realization and protection within the confines of a small portion of land, that can offer a home, that is full of harmony, and a healthy and honest working. The campaign is certainly a pleasant and relaxing place, that induces the poetic reflection. And in a country house of Nerva at Caudio, some friends, protagonists of the diplomatic journey to Brindisi (Horace, Satire I. 5), speak politics and poetry: Maecenas, C. Fonteio Capito, Cocceio Nerva, Heliodorus, Horace, Virgil, Plotius Tucca and Vario. In the à à à à ¢ Cenaà à à à ¢ , Pascoli hypothesizes and reconstructs that conversation, that instead Orazio let only suppose: "prorsus iucunde cenam producimus illam" (Horace, Satire I. 5. 50). The poem presents a vivid and comic frame: in the end of hoarse song of jester Cicirro, a lively and polyphonic debate among the guests introduces the thoughtful reflections of Horace on the fatal vehemence of iambic poetry. Horace is "pudicus", he wants to keep his place and respect the limits of common sense. Therefore, through a declaration of recusatio, Horatio tries to evade the requests of Maecenas, and, therefore, prefers the satire to poetry iambic, he prefers a genre that may be more inclined to dialogue and moderation. Horace, concerned about the political fate of Rome, does not recognize any interest or benefit in a poem which is scathing and insulting. The predilection that Horace gives to satire is a poetic choice in keeping with to the mildness of his nature, well-considered and consequential to the controversial relationship between Antony and Octavian. But it is also a clear statement of poetics: Horace defends the identity of the Italic and Roman satire, and he wishes that the holy sources of Greek poetry can inspire in the poets of Roma only the imitation of the nature and true. Through a simile that explains how the poetic imitation is equivalent to drinking from a jug the water of a river, Horace argues that Calvo and Cinna, members of the poetic circle of Catullus , are only imitators of imitators. Horace, however, claims his own originality and he wants to drink the water that flows directly from the source, therefore << lascia le orme degli Alessandrini imitatori, e ricorre al modello e alla fonte >> [Lyra p. LVIII]. The prophecy of Virgil follows: Virgil, after he announce the draft of the Georgics, he prophesies the coming of a new era, in which agriculture will blossom, and the peace and justice will win The dream of a child who will save the world instills faith and optimism in the mind of Virgil, who is like à à à à ¢ tactusà à à à ¢ by a god. Only a trace of melancholy hovers in the words of the poet, because he suspects that the death is near ("nisi eo possum producere vitam..." v. 139), therefore he entrusts Horace the task of writing the "Carmen saeculare". The carmen ends with a funny note, which dampens the gravity of tone and closes the comic frame of the beginning: while the poets are absorbed in them thoughts and admire in silence the emergence of a star, Sarmento and Cicirro snore lying on the floor .
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